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Nella Roma ottocentesca, al civico n. 2 di Via del Campanile nel rione Borgo, abitava un signore di nome Giovanni Battista Bugatti e che, per gran parte del suo tempo, svolgeva il mestiere di ombrellaio nella propria bottega.
Nonostante ciò il Bugatti era mal visto da tutti i cittadini di Roma e dell’intero territorio dello stato Pontificio, tanto che, per la sua
incolumità personale, gli era proibito recarsi nel centro di Roma, attraversando Ponte Sant’Angelo sul fiume Tevere.
Il motivo di tutto ciò era dovuto alla professione che Bugatti svolgeva parallelamente a quella di ombrellaio: incaricato direttamente dal Papa, Bugatti svolgeva le esecuzioni delle condanne capitali.
Conosciuto meglio come “Mastro Titta”, Bugatti per quasi settanta anni svolse la professione di “boia” di Roma, eseguendo oltre 500 condanne a morte.
Il Papa Pio IX lo mandò in pensione nel 1864, fornendogli un vitalizio di trenta scudi al mese per i “servigi” resi.
Mastro Titta ha segnato profondamente la cultura popolare romana, a tal punto da ispirare veri e propri proverbi o espressioni dialettali.
Basti pensare che tutt’oggi il termine “Mastro Titta” a Roma indica un vero e proprio sinonimo di boia o colui che esegue le esecuzioni capitali.
Oppure il proverbio "Boia nun passa Ponte", letteralmente "il boia non passa il ponte", cioè "ognuno se ne stia nel suo pezzo di mondo": questo proprio perché Mastro Titta non poteva recarsi nel centro di Roma passando per Ponte Sant’Angelo, all’infuori dei giorni in cui andava a compiere il suo macabro mestiere.
Di Mastro Titta oggi fortunatamente ne rimangono solo proverbi, testimonianze da lui stesso scritte e conservate in alcuni archivi storici, oltre al suo mantello rosso scarlatto che indossava durante le esecuzioni, conservato presso il Museo Criminologico di Roma.